A partire dal 2027, la maison Gucci diventerà Title Sponsor della scuderia di Formula 1 Alpine, che assumerà ufficialmente il nome di Gucci Racing Alpine Formula One Team. Questa partnership storica segna l’ingresso diretto dell’alta moda nel mondo delle corse. L’accordo, nato sotto la supervisione di Flavio Briatore, mira a sfruttare la visibilità globale della F1 per attrarre un pubblico sempre più giovane e femminile. Oltre alla sponsorizzazione, il progetto include il lancio della piattaforma Gucci Racing per la creazione di collezioni di abbigliamento esclusive ed esperienze di lusso legate ai Gran Premi. Questa mossa strategica conferma la trasformazione della Formula 1 in un palcoscenico d’élite per i principali gruppi del lusso mondiali.
Oltre le dichiarazioni ufficiali
L’annuncio formale parla di “accordo pluriennale”. I dettagli economici, come da prassi, non sono stati comunicati. Ma le stime di radio paddock convergono su una forbice precisa: tra i 50 e i 60 milioni di dollari l’anno per tre stagioni, per un valore totale che oscilla tra i 150 e i 180 milioni. È, di fatto, una delle title sponsorship più ricche della griglia attuale.
Da quello che è emerso, Gucci ha richiesto “as much as possible” di spazio brand sulla monoposto. Alpine sta negoziando per preservare alcune componenti blu del proprio DNA visivo e questa trattativa è cruciale, perché andrà a definire quanto il team manterrà la propria identità o diventerà de facto un’estensione retail del marchio fiorentino, spersonalizzando ulteriormente e magari puntare a una vendita della compagine da qui a breve.
Kering ha bisogno della F1, non viceversa
Gucci non firma questo deal da una posizione di forza. Anzi, lo fa nel mezzo della peggiore crisi della sua storia recente. I dati Kering – società che possiede il marchio Gucci – pubblicati a febbraio 2026 raccontano una situazione poco felice: Gucci ha registrato il decimo trimestre consecutivo di calo delle vendite, con un crollo del 10% nel Q4 2025 e una caduta cumulativa di quasi il 25% nel Q1 2025 rispetto all’anno precedente. Le azioni Kering sono scese del 14% nei primi mesi del 2026, dopo aver già perso metà del proprio valore nei quattro anni precedenti. Il marchio fiorentino – che pesa per circa il 60% degli utili del gruppo e quasi metà del fatturato – è diventato il principale grattacapo del lusso europeo.
Ad aprile 2026, durante il Capital Markets Day di Firenze, Luca de Meo ha presentato “ReconKering”, il piano di turnaround che prevede:
- raddoppio del margine operativo (oggi all’11,1%);
- riduzione di un terzo degli outlet store;
- riposizionamento o rilocazione di due terzi della rete retail Gucci globale;
- 4 miliardi di euro incassati dalla vendita della divisione beauty a L’Oréal per abbattere il debito;
- ricostruzione completa della “desiderabilità” del brand presso il pubblico più giovane.
In questo contesto, la sponsorship Alpine va letta come strumento del riposizionamento. Per una maison che deve ricostruire desiderabilità di marca su scala globale presso un pubblico più giovane, la F1 è uno dei pochi canali rimasti capaci di consegnare contemporaneamente reach globale, target demografico in target e prestigio narrativo.

Una F1 sempre più elitaria
L’ingresso di Gucci conferma il riallineamento strutturale della F1 con il settore luxury, iniziato circa cinque anni fa e accelerato vertiginosamente dal 2024.
Il punto di svolta è stato l’accordo decennale tra Liberty Media e LVMH, firmato nel febbraio 2025 e valutato approssimativamente 1 miliardo di dollari su 10 anni. L’accordo ha (ri)portato TAG Heuer come cronometrista ufficiale (sostituendo Rolex dopo dodici anni), Louis Vuitton come fornitore di trofei custoditi in trunk monogrammati e Moët Hennessy come sponsor di hospitality e attivazioni.
Secondo i dati Ampere Analysis, il valore totale delle sponsorizzazioni in F1 (sommando team e campionato) ha superato i 2,9 miliardi di dollari nel 2025. Il settore Tech rappresenta il 22% delle partnership, seguito da Finance al 16%. E più di un terzo dei nuovi deal di sponsorship arriva oggi da aziende statunitensi, risultato diretto della strategia Liberty Media post-acquisizione 2017, che ha puntato sull’espansione USA con i GP di Miami, Austin e Las Vegas.
L’asse de Meo–Briatore
Nessuna analisi dell’operazione regge senza il fattore umano. Questo accordo ha due architetti precisi, uniti da un rapporto professionale e personale costruito negli anni.
Luca de Meo è il punto di snodo. Ex ceo di Renault Group dal 2020 al giugno 2025, ha pilotato la rinascita industriale del costruttore francese, comprese le decisioni strategiche su Alpine e la sua promozione a brand premium del gruppo, con conseguente ingresso in F1. A giugno 2025 ha lasciato Renault per assumere la guida di Kering, con il mandato esplicito di salvare Gucci. Il deal con Alpine è il primo grande colpo di marketing della sua era Kering, e non è un caso che il partner sia esattamente il team che ha conosciuto dall’altra parte del tavolo per cinque anni.
Flavio Briatore, dal canto suo, è tornato in Alpine nel 2024 come consulente esecutivo, e oggi di fatto gestisce la squadra come team principal. Briatore ha dalla sua l’esperienza di aver già portato al successo nel circus un marchio d’abbigliamento come Benetton, trasformando una squadra di seconda fascia in un fenomeno di marketing, capace di vincere due titoli mondiali con Michael Schumacher (1994, 1995). Sa esattamente cosa significa gestire l’aspettativa di un title sponsor del fashion, perché è il primo manager nella storia della F1 che l’ha fatto sul serio.
La combinazione di questi due profili spiega perché l’operazione si sia chiusa rapidamente e perché il design del deal sia così aggressivo (richiesta di massimo brand real estate, performance products inclusi, naming rights pieni).
Il fantasma di AlphaTauri
Seppur facendo tutti i dovuti distinguo del caso, l’annuncio di Gucci mi ha riportato alla memoria l’esperienza vissuta con il brand AlphaTauri, lanciato nel 2016 da Red Bull come brand premium-casual e portato in Formula 1 tra il 2020 e il 2023.
La logica originale era chiara, e per molti versi simile a quella di Gucci Racing oggi: usare la visibilità globale della F1 come motore di brand building per un’etichetta di abbigliamento. Red Bull aveva tutto in casa: il team (ex Toro Rosso), il marchio, la rete distributiva, il know-how marketing che aveva fatto di Red Bull stessa una macchina sportiva globale. Sulla carta era il setup perfetto.
Nella pratica, non ha funzionato. AlphaTauri non è mai riuscita a tradurre l’esposizione F1 in vendite consistenti né in posizionamento premium credibile nel competitivo segmento dell’abbigliamento contemporary. Il brand è rimasto percepito come “il fashion brand di Red Bull” piuttosto che come label autonoma. E nel 2024, Red Bull ha tirato le somme: title sponsorship venduto a Visa Cash App, team rinominato, AlphaTauri ridotta a presenza minoritaria nell’ecosistema di Milton Keynes. Una ammissione di fatto del fallimento del modello.
Perché allora dovrebbe funzionare con Gucci? Le differenze strutturali sono almeno tre.
1. Punto di partenza. AlphaTauri era una startup di abbigliamento da 4 anni di vita, senza heritage, senza retail network globale, senza riconoscibilità di marca. Gucci è un marchio centenario con presenza in oltre 90 Paesi, brand recognition globale tra le più alte del lusso, e una desiderabilità che, per quanto in calo, resta storicamente costruita.
2. Obiettivo strategico. AlphaTauri usava la F1 come piattaforma di awareness creation, per far conoscere un marchio tutto sommato nuovo. Gucci la usa come piattaforma di desirability recovery, ossia riportare un marchio esistente sui radar emotivi di un pubblico più giovane. Sono due KPI completamente diversi, con orizzonti temporali e metriche di successo diversi.
3. Integrazione di prodotto. AlphaTauri vendeva polo e felpe casual con il logo del team. Gucci progetterà collezioni dedicate, performance products tecnici, capsule limitate legate ai GP chiave, ed esperienze paddock dedicate al proprio cliente top spender. È un modello di sport partnership più verticale, più simile a quello che LVMH ha costruito con Louis Vuitton a livello di campionato.
Detto questo, esiste un rischio concreto e va nominato: anche con tutte queste differenze, il modello “title sponsor fashion in F1” ha già fallito una volta. Tre anni di contratto sono il classico orizzonte in cui un’operazione del genere o sfonda o viene silenziosamente ridimensionata.


